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  • Let’s humanise the way you connect with your people and customers

    Let’s humanise the way you connect with your #people and #customers”

    23 ottobre 2019, ore 9,30-13,00 – Milano, via Carducci, 26.
    Per info e iscrizioni:
    info@evidentia.it – +39 3926215854

    • È difficile avere #clienti soddisfatti se le vostre persone non lo sono
    • Il vissuto delle persone racconta il vostro brand
    • Le #emozioni orientano i #comportamenti e la #performance.
    Come lavorare su questi aspetti in modo concreto?

    Il 23 ottobre potrete sperimentare l’ #emotionalculturedeck e il #CustomerExperienceDeck di #ridersandelephants, un #tool per supportare la tua organizzazione a diventare più #people&customercentric

  • Quando parliamo di errore, di cosa parliamo?

    Non tutte le ciambelle escono con il buco – Chi fa falla, chi non fa sfarfalla – Sbagliando s’impara.
    I proverbi popolari, così come i grandi pensatori, ci insegnano che l’errore è un aspetto ineliminabile del fare dell’uomo e può svolgere una funzione positiva. Eppure la maggior parte delle persone sperimentano l’errore come un’esperienza negativa. Abbiamo comunque paura di sbagliare, anche se siamo consapevoli che attraverso l’errore possiamo scoprire qualcosa di nuovo, ad esempio un nuovo modo di fare la stessa cosa, più veloce, più piacevole o più fruttuoso.
    Il fatto è che cadere nell’errore espone al giudizio sociale, può suscitare sentimenti di vergogna, di timore del giudizio dell’altro, avere quindi un impatto emotivo individuale molto forte che non consente di “vedere” nell’errore altro che la dimensione di sciagurato inciampo.
    Anche la dimensione del tempo gioca un ruolo determinante nel modo di vivere l’errore.
    Cosa succede quando ci rendiamo conto di aver sbagliato?
    Di fronte a noi si apre un bivio: o torniamo alla situazione di partenza e cerchiamo di ripristinare quello che c’era oppure proviamo ad andare avanti, sperimentiamo l’incertezza, camminiamo sulla strada sconosciuta per scoprire dove ci porterà.
    Di fatto l’errore ci mette a confronto con l’esperienza interiore del tempo, come ci spiega il filosofo E. Husserl. Se mi attivo per “riparare” all’errore cercando di cancellare il mio sbaglio e riprendere da dove ero partito, possibilmente senza che nessuno se ne accorga, porto il mio sguardo al passato, tendo a voler ritornare nel “noto” e a ripercorrere la solita strada. Possiamo dire che in questo modo vince l’abitudine, spinta dalla mia immagine pubblica da difendere. Uno sguardo rivolto al passato non potrà però mai essere uno sguardo creativo e innovativo. E’ uno sguardo centrato solo su di sé, sul proprio mondo interiore che in questo caso mescola vergogna e paura.
    Se invece decidiamo di prendere l’altra strada, di provare a capire cosa ci sta “raccontando” l’errore di interessante, vuol dire che il nostro sguardo va verso ciò che sta davanti a noi ma che ancora non conosciamo, il futuro appunto. E’ incerto, rischioso ma generatore. Su questa strada si trovano le novità, le idee. Il nostro sguardo non si rivolge al nostro interno dominato da un Io arroccato, ma all’esterno, sta in un atteggiamento di apertura. Radura è chiamata da M. Heideger, intesa come lo spazio in cui «liberare, affrancare, portare all’aperto» le cose.
    Allora possiamo comprendere il doppio significato di “errare”, inteso come sbagliare ma anche come andare qua e là senza meta certa.
    Una volta che ci siamo resi conto di aver sbagliato, possiamo scegliere quindi se girarci per tornare indietro cercando di cancellare le nostre tracce o se proseguire per approdare a un “nuovo” approccio, metodo, idea…
    E trattandosi di fare una scelta davanti a un bivio, abbiamo a che fare con la responsabilità individuale.
    L’errore ci mette nei guai. Ci lancia un guanto di sfida. Sollecita la responsabilità. Apre spiragli di mondi diversi. Mette in crisi quello che c’è.
    Per questo ci sembra interessante guardarlo con occhi diversi.
    Disincantati, non retorici, ma curiosi.
    Sull’errore, per noi, vale lo stesso ragionamento che fa Gianni Rodari, a proposito della grammatica della fantasia, “non perché tutti siano artisti, ma perché nessuno sia schiavo”
    Laura Rossi, co-founder di Evidentia

  • L’azienda cucinata “a La Mantìa”

    Le storie sono un potente strumento formativo, di coinvolgimento e attivazione. E noi che di mestiere traghettiamo le persone e le aziende verso futuro e eccellenza le usiamo spesso e volentieri.


    Venerdì scorso gestivo uno di questi momenti formativi e ho ascoltato, assieme ai partecipanti, Filippo La Mantìa raccontare il modo in cui ha scoperto e sviluppato quello che oggi è. E come la “cura” della propria passione e del sogno divenuto realtà sia un impegno quotidiano.
    Per chi non lo conoscesse, Filippo La Mantìa è un cuoco famoso, apprezzato, amato, seguito. Con un approccio molto personale: non si definisce chef ma oste e cuoco. E ha la Sicilia nel piatto e nel cuore.


    La sua è una storia a tratti incredibile, affascinante, umanissima, leggera e profonda a un tempo. Di quelle che ti risuonano dentro, ti fanno sorridere, pensare, stupire, riconoscere. È anche una di quelle storie che ti restituiscono la pienezza di un approccio alla vita che per Filippo non si scinde mai tra personale e professionale, una prospettiva di unicità che moltiplica valore e benessere, da recuperare in azienda al di là delle soluzioni “smart working” del momento. In effetti la storia di Filippo La Mantìa è molto stimolante per ragionare di dimensioni e vissuti aziendali.
    Ascoltandolo condividere il suo modo di intendere e trattare cibo e cucina, di scegliere o escludere ingredienti, guardandolo preparare un magnifico cous cous in diretta, a me ha ispirato qualche flash di una azienda cucinata a La Mantìa.


    Sarebbe un’azienda in cui le persone sono chiamate il più possibile ad essere sé stesse, a saper riconoscere ed esprimere le proprie qualità. Che non ama i soffritti, le cotture troppo elaborate, artifizi e gabbie organizzativi o tecnologici che possono bloccare sul nascere un talento, un istinto, una energia positiva.
    Un’azienda, insomma, dove uno dei valori è tutto a crudo.
    Sarebbe un’azienda impegnata a ricercare tutti i possibili mix tra obiettivi, processi, persone, modi di lavorare, mix in cui mettere audacemente assieme i sapori veri coltivati a crudo per sviluppare rapide soluzioni, insoliti risultati o anche solo per dare valore aggiunto a un esito già sperimentato e consolidato.


    Un’azienda, quindi, che ha il mixer sulla scrivania dell’AD e che non ha paura di mescolare, mescolare, mescolare.
    Sarebbe un luogo dove non abitano ricette ma si lavora a sentimento. Come fa Filippo, che non può pensare di dare un perimetro quantitativo a quello che mette dentro le proprie creazioni. Talento sì, esperienza pure ma anche coraggio, fiducia nelle proprie possibilità, voglia e capacità di stare fuori dallo standard anche se eccellente. Nell’azienda cucinata a La Mantìa il rigore è importante ma sta su altre dimensioni, non tanto sulla misurazione. Sta nella irrinunciabile attenzione e autenticità nel guardare ogni cliente come fosse il primo, nell’avere sempre presente il senso di ciò che si sta facendo, nel trovare l’angolazione giusta per scoprire ed eliminare invisibili segni di sciatteria, come colpevoli ditate su un tavolo di vetro lucido.
    Le aziende che conosciamo, perché le abbiamo abitate e le frequentiamo come partner professionali, sono luoghi complessi, dove c’è spesso una concretezza di vincoli e di necessità che possono determinare gli spazi angusti riservati alla possibile espressione individuale e fuori dagli schemi. Ma altrettanto spesso c’è anche inerzia, resistenza, difficoltà a vedere possibili nuove strade, soprattutto rispetto al modo di far partecipare le persone alla vita aziendale. In fondo i soffritti sono sempre piaciuti… perché cambiare?
    Filippo ha risposto a questa domanda senza pigli ideologici ma esprimendo con naturalezza un concetto che ci piace: perché c’era un altro modo e quel modo mi rappresenta di più.


    Il profumo fresco e intenso del couscous preparato da Filippo mi ha risvegliato dai miei pensieri. Penso proprio che andremo a trovarlo nel suo ristorante milanese: solo motivi professionali ovviamente, approfondire ingredienti e piatti dell’azienda cucinata a La Mantìa.
    Letizia Migliola, co-founder di Evidentia